Le emissioni odorigene rappresentano una problematica sociale e ambientale sempre più rilevante in Italia. Le fonti di queste emissioni sono svariate, ma tra le attività tipicamente piu impattanti in questi termini troviamo impianti di trattamento rifiuti, impianti di depurazione delle acque reflue, aziende del settore agroalimentare, zootecnico e chimico.
Con emissioni odorigene si intende “emissioni convogliate o diffuse aventi effetti di natura odorigena” facendo quindi riferimento a emissioni in atmosfera contenenti sostanze volatili capaci di generare un odore percepibile e disturbante.
Nonostante gli odori non sempre costituiscono un problema tossicologico, sia per la loro natura che per le loro concentrazioni, le sensazioni olfattive e il fastidio che causano possono provocare problemi di salute reali, come mal di testa, disturbi gastrici, insonnia, stress, ecc., compromettendo effettivamente la qualità della vita dei cittadini e potenzialmente scatenando controversie legali. Ma come si valuta e si misura un “cattivo odore”? La risposta è articolata e si può trovare in un insieme di normative, standard e tecnologie.
Quadro normativo
In Italia, la gestione delle emissioni odorigene è regolamentata principalmente dal D.Lgs 152/2006, noto come Testo Unico Ambientale, con l’articolo 272-bis entrato in vigore nel 19 dicembre 2017, questo stabilisce il principio generale e la base giuridica per la gestione delle emissioni odorigene, definendone un quadro di riferimento a livello nazionale, ma delegando alle Regioni la facoltà e la responsabilità di definire i criteri, i valori limite e le specifiche tecniche per le attività che generano emissioni odorigene.
La Regione Lombardia ha pubblicato le linee guida per le emissioni odorigene con la Delibera della Giunta regionale n. IX/3018 del 15 febbraio 2012 (Determinazioni generali in merito alla caratterizzazione delle emissioni gassose in atmosfera derivanti da attività a forte impatto odorigeno). Le linee guida adottate in Lombardia sono considerate come il riferimento più completo in materia di controllo delle emissioni odorigene. Il documento definisce un approccio tecnico per la gestione delle emissioni attraverso l’uso di modelli di dispersione per prevedere l’impatto olfattivo e definisce valori di accettabilità espressi in ouE/m3. Questi valori, calcolati al 98° percentile su base annuale, fungono da soglie da rispettare. L’applicazione di queste direttive è obbligatoria per i nuovi impianti, mentre per quelli esistenti vengono applicate solo in caso di “conclamate problematiche olfattive” segnalate dalla popolazione.
La Regione Piemonte, con Deliberazione della Giunta regionale n. 13-14554 del 9 gennaio 2017, ha pubblicato le Linee guida per la caratterizzazione e il contenimento delle emissioni in atmosfera provenienti dalle attività ad impatto odorigeno, sviluppate sulla base di quelle della regione Lombardia.
La Regione Emilia-Romagna, con la Delibera della Giunta regionale n. 1495 del 24 ottobre 2011, ha stabilito una serie di criteri tecnici volti a ridurre l’impatto ambientale nella progettazione e gestione degli impianti a biogas, che includono l’implementazione di specifiche misure sia strutturali che gestionali, e introduce per le autorizzazioni l’obbligo di un piano di monitoraggio per le emissioni odorigene.
Anche nella provincia autonoma di Trento, la Giunta provinciale ha approvato nel 2016 le ‘Linee guida per la caratterizzazione, l’analisi e la definizione dei criteri tecnici e gestionali per la mitigazione delle emissioni delle attività ad impatto odorigeno’, sulla falsa riga delle Linee Guida lombarde.
La Legge Regionale della Puglia (n. 32/2018) si contraddistingue dalle altre linee guida per l’introduzione di criteri di impatto olfattivo differenziati in base alla classe di sensibilità dei ricettori esposti. Questo approccio classifica i ricettori in otto diversi gruppi, che vanno dalle aree più sensibili, come quelle in cui si trovano gli ospedali, a quelle di uso industriale o agricolo.
Olfattometria dinamica secondo la norma UNI EN 13725
Se la legge ha stabilito la necessità di misurare e regolare, la scienza ha fornito il metodo. La norma UNI EN 13725 è lo standard tecnico di riferimento a livello europeo per la misurazione della concentrazione di odore. Al centro di questo protocollo c’è l’olfattometria dinamica, l’unica tecnica riconosciuta a livello normativo per quantificare la concentrazione di odore.
L’olfattometria dinamica consiste nella determinazione della soglia di rilevazione di un campione gassoso proveniente dalla sorgente presa in esame.
Il processo prevede che progressive diluizioni del campione vengano sottoposte a un panel di esaminatori umani addestrati. Il risultato finale è la concentrazione di odore in Unità Olfattometriche per metro cubo (OU/m³) che corrisponde al numero di diluizioni necessarie affinché l’odore non venga più percepito dal 50% degli esaminatori.